Generazione anni ’80. Una gazzella contro.

Roberto Gramiccia

Stavo godendomi la vista del mare come sempre battuto dal vento di S. Felice Circeo, quando il mio cellulare squillò. Ero prigioniero di quel torpore che si impadronisce di me ogni qual volta la luce forte e il calore del sole estivo, complice l’aria pungente del mare, mi vincono e l’ozio, finalmente, espugna la mia abituale ansia di fare.

Sono amico dell’ansia quando non è paralizzante e parassita. Ma mi piace anche perdermi fra le braccia del nonfarniente e fra gli aliti tiepidi di una sonnolenza che mi porta ristoro. Quella volta la mia sonnolenza fu spezzata in due come un cristallo.

A telefonarmi era un tecnico del Comune di Zagarolo da Palazzo Rospigliosi il quale, confusamente e con voce concitata, mi informava delle difficoltà installative di alcune sculture di Lucilla Catania. In Particolare di una di esse – Sedili – in marmo rosso laguna, che, a giudizio di qualche allarmista non identificato rischiava di mettere a repentaglio l’integrità del pavimento di una delle sale affrescate del magnifico Palazzo.

Balbettai qualcosa che potesse apparire sensato e rassicurante e il giorno dopo fui a Zagarolo. In realtà il mio non era per niente un ruolo organizzativo, né men che meno sostenuto da competenze tecniche. Tuttavia, insieme a Simonetta Lux, ero il curatore (e anche l’ideatore) della mostra che stavamo allestendo e quindi mi si investiva di tutto. Sedili fu spostato e alla fine – a parte le mie ferie – tutto si aggiustò.

La mostra si intitolava Misura Dismisura. Si trattava di una personale doppia di scultura di Lucilla Catania e Giacinto Cerone (Lucilla ovviamente era la misura e Giacinto la dismisura, ma la divisione dei ruoli era solo indicativa e produttivamente intercambiabile). Si trattava di una cosa unica nel suo genere per la dialettica interna all’idea germinale, per il contenitore (il prestigioso Palazzo Rinascimentale dei Colonna) e il contenuto, una doppia serie di opere realizzate da quelli che ritenevo e ritengo due dei massimi scultori della generazione intermedia (eravamo nel 1998) della seconda metà del secolo scorso.

In quell’occasione Lucilla, la quale artisticamente viveva un momento di grazia, dette il meglio di sé e il confronto (o lo scontro) con quel “folletto sporco di gesso” di Giacinto, come mi capiterà di definirlo in seguito, fu benefico per entrambi. La mostra esplose come una bomba. Non si era mai visto niente del genere in ambito romano. Del resto la scultura – nonostante la statuaria classica, il Rinascimento, il Barocco, dopo Arturo Martini, Mazzacurati, Raphael Mafai, Manzù e Consagra (possiamo aggiungere Ettore Colla), negli ambienti prossimi alla capitale è stata sempre considerata una disciplina ancillare. Roma è sempre stata artisticamente più una città di pittori che di scultori (basta dare uno sguardo alla storia delle Scuole Romane).

Ecco, penso che è proprio da qui che si può partire per dire tre o quattro cose del lavoro di Lucilla che servano a far luce sui suoi fondamentali. Non senza far prima correre la memoria a quando la incontrai per la prima volta.

Fu a Vienna, una Vienna coperta di neve, nel 1991, in occasione della mostra Roma interna, curata da Lorand Hegyi nella quale espose accanto agli artisti di quella Nuova Scuola Romana dei quali mi capiterà in seguito (le coincidenze sono sempre meno casuali di quello che sembra) di scrivere la storia. In quella occasione Lucilla propose delle sculture a terra che mi lasciarono di stucco. Ricordo ancora i titoli: Bastone, Immateriale, Chiodo, Desertica e Virgola. Ne rimasi incantato e da allora non ho più perso di vista Lucilla e il suo lavoro. Non mi intratterrò sugli aspetti più interni alla nostra amicizia anche per non perdere, eccedendo in riferimenti biografici ed emotivi, la lucidità necessaria per dire ciò che, in questa circostanza, veramente conta.

Del resto il confine fra la vita e l’opera degli artisti è sempre sottilissimo e ardua è l’impresa di tenere distinti i due ambiti. Cosa che entro certi limiti è utile per mantenere il rigore senza però perdere il calore necessario.

Tornando alle qualità di Lucilla, io le penso come le zampe di un enorme tavolo mentale su cui fanno sfoggio di sé a centinaia le opere che da alcuni decenni sono uscite dalla sua testa e dalle sue mani (non è inutile il porre l’accento su questa alleanza fra la testa e le mani perché, nel suo caso, si tratta di un binomio inscindibile, con buona pace di qualsiasi fondamentalismo concettuale).

La prima qualità è il coraggio. Un coraggio anche fisico, evidentemente, se si pensa che una figurina – come la sua – graziosa ed esile a tutto fa pensare fuorché alla ruvidezza muscolare del manipolatore di marmi, del conoscitore di volumi e del colonizzatore di spazi.

Ma quel coraggio non è solo fisico. E’ soprattutto intellettuale. Per la scelta della scultura naturalmente che già di per sé non è di poco conto. Ma non solo. Per una artista, infatti, salpata ancora giovane in mare aperto negli anni Ottanta, in un tempo cioè che registrò il trionfo incontrastato del postmodern, ben altri avrebbero dovuto essere i riferimenti e i maestri rispetto a quelli da lei scelti (Brancusi, Mondrian, Malevic, Fontana, il miglior minimalismo).

La fine delle narrazioni, certificata da Lyotard con la sua La condizione postmoderna (’79), che dieci anni dopo conoscerà la sua radicalizzazione estrema (con La fine della storia di Fukuyama), la vittoria strategica sul piano internazionale del Reganismo e del Thatcherismo e su quello nazionale del Craxismo, con tutto il suo portato di cosiddetta modernizzazione ma anche di corruzione e di pratiche antioperaie, avevano azzerato ogni fermento di modernità.

Non a caso, due figli del Craxismo, Portoghesi in architettura e Achille Bonito Oliva in arte, avevano brillantemente imposto le proprie teorie e le proprie pratiche. Non a caso la Transavanguardia conobbe in quel tempo il suo massimo splendore.

Nomadismo e meticciato culturale, obliquità dello sguardo, ritorno al cavalletto (pittura colta, e figurazione postespressionista), genius loci furono alcune delle idee guida di una nuova e sostanzialmente antimoderna weltanshauung artistica.

La molteplicità (la frantumazione) dei punti di vista, tutti considerati interscambiabili e ugualmente degni di considerazione, inaugurava un debolismo di giudizio programmatico e fintamente democratico che conosceva i suoi trionfi sfruttando le nuove, enormi possibilità messe a disposizione da un’agorà mediatica e tecnologica vissuta acriticamente, come una nuova esaltante frontiera.

Le idee dei francofortesi, le intuizioni di Debord sulla società dello spettacolo e le premonizioni del Pasolini di “Acculturazione- Acculturazione” che intravide i danni dell’omologazione e della passivizzazione di massa indotta dalla società dei consumi e dei media, tutto era finito alle ortiche.

Il mondo di allora venne considerato il migliore dei mondi possibile. Il capitalismo e la prospettiva della globalizzazione non solo la migliore ma l’unica opportunità per i gli abitanti del pianeta, ricchi o poveri che fossero.

In un tempo così, Lucilla Catania ebbe il coraggio e la spericolatezza di teorizzare la sua “Nuova classicità” (1991-’92) ribadendo l’irrinunciabilità di ri-legittimare un “nuovo territorio (…) dove torna possibile, in termini propositivi, la costituzione di un linguaggio artistico al cui interno le questioni relative ai valori della forma, del senso e dello spazio, intesi come elementi propri all’opera artistica, riacquistino la loro centralità”.

Altro che fine della storia! Nella visione e nell’opera di Catania vengono difesi e riaffermati con vigore i fondamentali di un’arte che rifiuta le secche del postmoderno per rivendicare quel “senso” che una incontrastata prospettiva tecnocratica e mercantile avevano disperso. Un senso estetico ma anche politico naturalmente. Perché una prospettiva che non sia trascendente ed escatologica ma immanente e materialistica non può che essere politica (ed etica).

I postmodernisti, più o meno consapevolmente, fornivano l’alibi ideologico a tutte quelle forze che intendevano (dopo lo sventato “pericolo comunista”) liquidare qualsiasi opportunità di trasformazione, direi qualsiasi dubbio sulla giustezza darwinista dell’ineguaglianza (F. Jameson). L’arte, quando è debole e remissiva, si acconcia ad ubbidire e, di qui, prese le mosse l’orgia degli epigonismi: minimalisti, concettuali, postespressionistici, tecnologici, peripatetici…

Ecco, di tutto questo la scultrice romana si disinteressa. Anzi, quando è necessario, tutto questo rifiuta e combatte nei modi e nelle forme di un impegno che, pur non influendo sull’autonomia del suo linguaggio, tuttavia, la distingue dalla parte più grande dei suoi compagni di strada nel suo darsi alle cause di interesse generale.

Conciliare individualismo e capacità di riconoscere la cifra collettiva delle grandi questioni (lo sfruttamento materiale e immateriale, la democrazia, il patriarcato, la condizione dell’ambiente e degli animali) corrisponde a una naturale disposizione di questa creatura energica e sottile che, all’occorrenza, sa essere una gazzella che va all’attacco. Le gazzelle eleganti e veloci in genere scappano inseguite dalle bestie feroci che vogliono ghermirle. Lucilla non scappa mai.

La sua linea di investigazione è ancora cocciutamente (coraggiosamente) insieme classica e moderna, sino al punto di scorgere oltre al bene, anche il male di una linea di sviluppo del pensiero duchampiano che ha finito per fornire la base pseudo ideologica per le operazioni più spericolatamente truffaldine. La Catania è per la semplificazione della forma astratta. Non per la sua dissoluzione. Idea, forma, spazio e materia sono per lei elementi inseparabili e non c’è processo, ancorché colto, di smaterializzazione dell’arte che tenga se esso mette in discussione questi principi. Una gazzella, ma una “gazzella contro”, come vedete.

Dopo il coraggio, c’è la forza, la determinazione, la solidità.

Le opere di questa autrice, sempre e rigorosamente aniconiche, a volte svettano, seguendo linee verticali. Capita alle sue Colonne e Semicolonne. Capita ai Tronchi, ai Gambi e agli Spaghetti ma più spesso – molto di più – si sviluppano per linee orizzontali, baciano la terra. Succede ai suoi Pugnali, agli Orizzonti, alle Virgole, ai Fazzoletti, ai Bastoni, agli Aghi, ai Punti, alle Foglie, agli Spicchi, ai Monti e alle Valli.

E’ un tratto dominante della ricerca plastica di Lucilla Catania quello di “stare a terra” in forma unitaria o frammentata (Scatole e scarpe, Ondine). Ed è – lo posso dire, conoscendola da tanti anni – un modo per dare soddisfazione ad una sua esigenza. Quella di un materialismo che, più che a Marx, fa pensare alla cultura comunale del Romanico. Del resto un artista ha bisogno di stabilità, determinazione e forza, in due parole, di principi e di basi (larghe basi) se la sua prospettiva, più che di imitazione-emulazione, è di trasformazione.

Quella abbracciata è una visione antigotica e antigraziosa che dal coraggio e dalla determinazione trae una forza che si fa armonia, amore per l’essenziale e il disadorno.

Dopo la determinazione, viene la leggerezza. Che è il miracolo delle sculture meglio riuscite di questa artista . Quelle che, malgrado la propria orizzontalità e il peso dei materiali, si sollevano da terra, respirano, sembrano evaporare o decidono di marciare in drappelli di forme e volumi conclusi ma aperti al viaggio e alla sfida.

La leggerezza di Lucilla è amore per l’amore fra lo spazio e la materia, fra lo spazio e la forma. La carica dinamica dei profili delle sue sculture contraddice la staticità inerte delle masse. Un’ allegoria politica, evidentemente, che fustiga il costume della passività (della rassegnazione).

Maestra della terracotta (la materia che usò per prima) e dei marmi, del cemento e del travertino, costruttrice di Cieli in marmo, di Dune, di Fabbriche in terracotta trafitte da coni di marmo, quest’autrice non conosce riposo. La sua voce squilla come una tromba e le sue giornate durano di più di quelle degli umani. Lucilla è una donna, un umano. Ma è anche un’artista e quindi del tempo e dello spazio conosce e pratica una dimensione altra rispetto a quella comune. Non è che gli artisti siano come gli stregoni. Il fatto è che sono estranei alle regole della fisica e alle categorie kantiane “a priori”.

Questa cosa è un vantaggio ma è anche un limite. Può far si che un pittore o uno scultore faccia le sue cose più belle da vecchio, con l’energia di un ragazzo (pensate a Tiziano). Così come può succedere che questo suo procedere “fuori dei binari” lo conduca all’inferno. Resta una regola generale, alla quale Catania non sfugge, gli artisti se sono veramente tali sono “Fragili eroi”. Trasformano la propria debolezza in forza a volte sovraumana. Anzi se non sono fragili vuol dire che non sono artisti, macchine senza benzina, motori immobili ma non nel senso di dio ma proprio immobili. Ma tranquilli…Questo non capita sovente. Anzi capita raramente. Perché gli artisti di oggi spesso non sono veri artisti. Sono piuttosto funzionari dell’arte. Meno fragili quindi ma anche meno eroi.

La nostra gazzella all’apparenza non è fragile, né io confesserò quel poco che so delle sue segrete debolezze; ciò che è certo è che è un’artista di razza. E quindi le sue paure ce le deve avere per forza. Il trucco vero è quello di trattarle come molle queste paure. Nasconderle, per poi sfruttarne l’energia cinetica.

La quarta qualità di Lucilla Catania è l’insoddisfazione. Una cosa che sembra un difetto e che, invece, fu il massimo pregio di Ulisse (anticipatore del Moderno) il quale, persino dopo il ritorno ad Itaca – solo due decenni dopo – decise di ripartire per mare, stanco delle pigrizie domestiche, dirigendo le sue vele alla volta delle Colonne d’Ercole.

Questa qualità non conosce le sirene del mercato, né quelle della sottocultura mediatica, gli appagamenti temporanei della moda e le svenevolezze della mondanità.

Ha a che vedere con il fuoco e, infatti, spesso brucia gli animi più inquieti che la frequentano. Questa insoddisfazione va amata perché senza di essa, veramente, la storia rischia di fermarsi al capolinea.

L’opera di Lucilla Catania, in conclusione, nonostante l’ ostinazione della sua arte a non rappresentare che se stessa è più che mai concreta e collocata nel suo tempo. Occupa uno spazio laterale ed eversivo. E proprio per questo ha il privilegio e il merito di documentare una resistenza possibile. Prima di passare al contrattacco.

Ma come quella volta, adesso, il sole riprende a scaldare e l’aria del mare è pungente. E’ tempo di ri-consegnarsi all’ozio, come troppo poco spesso faccio. In fondo la rivoluzione può aspettare ancora qualche settimana. Ma non molto di più.

Roberto Gramiccia

 

da Lucilla Catania. Opere. Staareandare, DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 5-9