Fondazione di una Nuova Classicità per l’Arte Contemporanea

Lucilla Catania

LucillaCataniaRitratto Dopo circa quarant’anni di ricerche artistiche che hanno, in un veloce susseguirsi di operazioni sul linguaggio, deconnotato e riconnotato la natura stessa dell’arte, nei suoi funzionamenti e nelle sue forme, oggi mi sembra si apra, almeno per quanti, come me, credono nel linguaggio come strumento per il compimento dello Stile, un nuovo territorio non connaturato da chiuse ideologie o schemi fissi di ricerca, dove torna possibile, in termini propositivi, la costituzione di un linguaggio artistico al cui interno le questioni relative ai valori della forma, del senso e dello spazio, intesi come elementi propri all’opera artistica, riacquistino la loro centralità.

 

Una sensazione…

Ci troviamo nella favorevolissima posizione di vivere il presente con una maturità e complessità nuove, e grazie all’esperienza del passato, dal quale non si ritorna, per così dire, “vergini”, il nostro sguardo è più acuto e più profondo.

Mai come oggi la “memoria della storia” ci obbliga a fare i conti con noi stessi e, nello stesso tempo, ci offre i presupposti per la fondazione di un pensiero artistico libero, di una dimensione superiore dell’arte che, svincolandosi da un rapporto con il sociale, nel quale sembra essersi ridotta a pedissequo registratore della realtà, ed alleggerendosi dall’affanno di doversi “negare” (una volta ancora!), torni ad essere al di sopra delle immediate congiunture, diciamo pure “al di sopra delle parti”, riconquistando la sfera dell’universalità e, di conseguenza la permeabilità atemporale del suo significato. Chiamerei questa dimensione con il termine di Nuova Classicità.

Qualche punto di riferimento…

Gli antefatti storici di questa Nuova Classicità sono, a mio avviso, rintracciabili non solo nelle ricerche di alcuni dei grandi artisti europei dell’inizio del secolo -primo fra tutti metterei, come da tempo dico, Costantin Brancusi (ma, come non pensare all’opera di Piet Mondrian!) -ma anche, lasciando per un momento l’Europa per affacciarci in casa nostra, in una sensibilità tutta italiana nel modo di rappresentare lo spazio e di costruire l’immagine.

Questa particolare sensibilità è, a mio avviso, ravvisabile in generale nell’arte italiana anche in quella più recente e la sua capacità di penetrazione è tale da divenire un tratto marcante, un vero e proprio sistema linguistico.

L’ipotesi…

La mia ipotesi, fermo restando questi antefatti che restano, ovviamente, solo due punti di partenza, è che dall’incontro e dalla contaminazione tra una tensione classica a volte forte a volte semplicemente latente, presente nell’arte italiana ed europea di questo secolo, e penso non solo all’opera del vecchio Brancusi ma anche, ad esempio, ad alcune straordinarie sculture di Tony Cragg, e le esperienze delle avanguardie di questi anni, in particolare penso al Minimal americano ed alla nostra Arte Povera, e penso ancora alla solitaria avventura creativa di un artista come Lucio Fontana e vedo non solo i ‘Tagli” ma anche le “Nature” sparse sull’erba, da questo incontro, dicevo, può nascere un fecondo terreno di lavoro basato non sul progressivo depauperamento del linguaggio ma sul suo arricchimento, sul potenziamento dell’immagine, su di una ritrovata complessità linguistica e (perche no?) su di una nuova modulazione dello stile. Allora diviene possibile che forme archetipe e materiali antichi sedimentati nel corso dei secoli, carichi di rimandi ed evocazioni si ritrovino proiettati in quegli spazi, mentali prima ancora che fisici, che la ricerca e l’estetica contemporanea hanno scoperto come i nuovi luoghi dell’arte, le nuove atmosfere dove l’arte si manifesta e si riceve. Ed è possibile, ovviamente, anche il contrario, là dove materiali modernissimi ricostruiscano e reinterpre- tino dimensioni artistiche lontane da noi, i templi del passato, della storia dell’uomo.

L’idealità…

Solo un progetto di forte respiro creativo, di profonda idealità, dove gli elementi e i dati della nostra storia si fondino tra di loro, invece che disperdersi od annullarsi, può produrre un pensiero creativo solido, fermo di fronte al rapidissimo susseguirsi di eventi artistici che vedono, nell’oggi, la noiosissima reiterazione di quello che è stato detto o fatto appena ieri o ieri l’altro, riciclato, peraltro, in versioni assai più modeste e casalinghe. La mia idea di classicità va nel senso di un potenziamento del linguaggio dell’arte inteso nei suoi elementi costitutivi e fondanti di forma, materia, e spazio, filtrato, però, dalla griglia di una consapevolezza esistenziale generata dal pensiero contemporaneo e dalle nuove conoscenze che l’uomo ha acquisito su di se e sul mondo. Questa consapevolezza che, anni or sono, ha prodotto i grandi processi di azzeramento e ridefinizione del linguaggio dell’arte, oggi, proprio grazie a questi processi avvenuti, deve portarci oltre.

Il tempo …un tempo…

Esiste “il Tempo” della classicità ed esiste “un Tempo” della tradizione. Classicità e tradizionalismo sembrano, nell’interpretazione corrente, essere legati da un filo conduttore, come se l’uno implicasse, in qualche forma, l’altro. Ma se noi spostiamo, almeno per una volta, il nostro punto di vista, passando dall’interpretazione abituale a quella filosofica, che è sostanziale, ci accorgiamo, allora, che le concezioni di tempo contenute nei due termini, sono profondamente diverse e che, quindi, “Classico” e “Tradizionale” non significano lo stesso oggetto o lo stesso evento.

Esiste una Linea Classica dell’arte che attraversa trasversalmente l’intera storia dell’arte, ritornando di periodo in periodo, dialogando tra passato, presente e futuro.

Il Tempo della Classicità, il senza prima ne dopo, è il non tempo, quello che ci permette oggi, ma già permetteva ieri e permetterà domani, di entrare nello stesso tipo di sintonia interiore davanti ad opere appartenenti a periodi lontani della storia dell’arte. Il Tempo della Tradizione è “un tempo”, preciso ed individuabile composto da tempi separati come punti, che nel loro insieme costituiscono quella tradizione e non un’altra; è un tempo relativo, che archivia il passato non connettendolo con altre dimensioni.

Direi, enfatizzando la questione, che ciò che viene definito “tradizionale” non ha connessione alcuna con l’Arte e chi, oggi, usa questo termine come un’etichetta per classificare un’opera d’arte o un pensiero sull’arte, non aiuta a chiarire le diversità tra le opzioni artistiche esistenti; forse le semplifica, ma questo, oggi, non basta più. Il luogo del discernimento è altrove.

Il cammino interiore…

In Arte la Classicità, così come io la intendo e vivo, non è solo una scelta poetica; corrisponde più ad una dimensione interiore, ad una idealità insita all’uomo stesso, che non ad un linguaggio specifico o ad una tendenza determinata.

Le indicazioni sul piano della poetica e del linguaggio sono la diretta conseguenza di un pensiero a monte che determina l’atteggiamento, la sensibilità nei confronti del reale.

Ed è quel pensiero che, ancora una volta, ci permette di concepire, o almeno lo permette a me, come infinitamente armonico ed indissolubile il binomio Natura/Uomo, fonte prima e generatrice di vita ed anche elemento ispiratore di riflessione filosofica e tensione poetica; nodo centrale della nostra cultura.

Allora, l’artista che intraprende questa strada, il cammino dell’interiore e del profondo attraverso il quale è ancora possibile “sentire” il Mondo nella sua interezza ed unicità, non deve aspettarsi grandi gratificazioni; la sua è, intrinsecamente, una posizione di marginalità.

Una marginalità relativa ai tempi della quotidianità sempre indaffarata alla ricerca di un centro catalizzatore che sia l’ultimo sulla piazza, in attesa di nuovi arrivi. Ma la stessa condizione di “Iateralità” inscritta nei tempi pazienti della Storia, diviene condizione esclusiva, consente, a chi la vive, il distacco e la lontananza, e la sua permanenza nel tempo genera ancora Storia.

Lucilla Catania
«Titolo», anno II , n.7, 1991/92

 La foto in alto è di Stefano Fontebasso De Martino.